Belo Horizonte, notte di Libertadores e giorno di risacca

Il cambiamento da Brasilia a Belo Horizonte è evidente, quasi scioccante. Non solo nelle condizioni delle strade, che non appena il bus lascia Brasilia ed il distretto federale ed entra nello stato di Minais Gerais (letteralmente, miniere generali, che riflette la tradizione mineraria dello stato), diventano più accidentate e meno comfortevoli. Non solo per il colore della terra: rossa a Brasilia e secca per le scarse piogge, diventa variegata e passa con disinvoltura dal rosso acceso all’ocra al grigio e sopra tutta questa un vegetazione rigogliosa e colline dolci. Il padrone delle strade non è più l’auto ma il camion. Carichi di merci, persone, sacchi ci cemento, coperti d teli, legati con lacci improvvisati, fermi al bordo della strada con una gomma a pezzi o avanzando veloci uno di fianco all’altro per non cedere terreno. Belo Horizonte è una città con tanta rabbia. I graffiti sui muri non inneggiano all’amore o all gentilezza come a Brasilia, ma gridano opposizione alla coppa del mondo, che si giocherà in Brasile l’hanno prossimo. Non sono estetici né preparati con cura, sono pure e semplici scritte con lo spray sui muri: anti-coppa, anti-fifa, anti-polizia (la polizia militare è da più parti accusata di brutalità ed uso eccessivo della violenza).

Arrivato a Belo Horizonte comincio a capire perché i brasiliani sono contrari alla coppa del mondo. Stanno costruendo stadi faraonici per poche partite (come a Brasilia, che non ha una squadra di calcio) e basta darsi un’occhiata in giro per capire che una buona fetta della popolazione vive in povertà o illegalità o, nel migliore dei casi, sopravvive raccogliendo cianfrusaglie da vendere al chilo dal rottamaio. “Mancano scuole pubbliche ed ospedal publici decenti. Alcune zone della città sono a rischio di febbre dengue e non passa neuno a disinfestare. In compenso abbiamo 28 sigle sindacali, molte delle quali sopravvivono senza iscritti”, dice un cliente di un negozio di ortofrutta dove mi ero fermato a comprare un pezzo di melone. Sempre questo continuava dicendo che anche in Brasile ci vorrebbe un presidente come il nostro, quello che unificò i sindacati…cerco di chiarire le definizioni, quello era un dittatore, ma inutilmente. Presidente, mi tocca pure sentire. I ragazzi con cui vado a vedere la partita finale della Libertadores sono quasi tutti dottorandi e mi offrono la visione degli studenti: “Lula, il presidente precedente, ha fatto molto per l’università. Ha raddoppiato i fondi per assumere ricercatori e oggi l’università è l’unica cosa pubblica che funziona in Brasile.Il problema è che ora tutti solo guardano a coppa del mondo ed olimpiadi, mentre la gente ai margini manca di tutto. Ma è anche un problema di metodo. Dilma (la presidenta Rousseff) sta scegliendo un approccio troppo dirigista. È abituata a comandare ed a fare come dice lei, non accetta opinioni contrarie.” Forse I’ll popolo brasiliano boicotterà la coppa del mondo come auspicato da alcuni, forse Dilma invertirà la rotta e saprà ascoltare le voci attorno a lei, ma mi sembra che il problema sia fare in modo che la coppa del mondo possa aiutare a ridurre la distanza abissale tra classi medie e le ckassi basse, che continuano indifferenti a cercare di sopravvivere.
Il giorno dopo la finale vinta dalla squadra locale, gli avventori ubriachi del bar di fronte alla fermata dell’autobus, dove ieri ho aspettato il bus che mi portasse in centro per la finale continuano a bere, lanciare petardi e fischiare alle ragazze che passano, come se non avessero giocato. E, soprattutto, non avessero vinto.

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